
E’ finita.
Siamo giunti all’epilogo di una presidenza che tanto ha fatto discutere e che, pure, ha rappresentato il tentativo, speriamo non sia l’ultimo, per far decollare un mondo migliore, fondato sul rispetto, la reciprocità, la sicurezza, la libertà.
George W Bush, eletto nel novembre 2000 al termine di una lunga diatriba sul conteggio dei voti in Florida con Al Gore, era temuto dalle cancellerie europee, perché era visto come un isolazionista, che avrebbe ritirato molte truppe dall’europa, lasciandola sola con i suoi problemi.
L’attentato dell’11 settembre ha invece ribaltato tutto.
L’incapacità di Clinton di estirpare il terrorismo musulmano aveva reso vulnerabile l’America.
Bush l’ha resa più sicura e con essa tutto il mondo, perché ha costretto i terroristi islamici alla fuga, a nascondersi, a preoccuparsi più della propria sicurezza e vita che di offendere quella dei cittadini occidentali.
Non è stato compreso e neppure aiutato se non dalla solita, fidata, Inghilterra forse perché è l’unica che abbia una memoria coloniale e sappia che la sicurezza interna dipende anche da quanto lontano dai propri confini si lascia il nemico.
Bush, pure rieletto senza patemi nel 2004, ha pagato non la sua politica di sicurezza (anche nel 2004 Kerry cercò di vincere su quel piano, fallendo) ma una crisi economica di portata imprevista, più grave di quella del 1929.
Una crisi di cui, forse, non è neppure responsabile ma, essendosi trovato in quel posto, in quel momento, la responsabilità ricade comunque su di lui.
C’è anche da dire che manca la riprova che, se fosse stato candidato, avrebbe perso, mentre è certo che McCain non può rappresentare la vitalità che dovrebbe esprimere il Partito Repubblicano anche perché non ne rappresenta l’anima profonda.
Oggi, inoltre, con il passaggio delle consegne verrà inferto un vulnus non rimarginabile (perché comunque rimarrà negli annali) alla secolare tradizione che vede un esponente della Civiltà europea alla Casa Bianca.
Vi entrerà infatti un tizio che non discende neppure da un padre figlio di generazioni di americani, bensì da un padre africano e da una madre che ha sempre respinto la sua stessa patria.
Non ho alcuna fiducia in costui, anche se spero che in quattro anni non riesca a distruggere quello che ha costruito Bush in otto.
Mi auguro che sia tenuto sotto stretto controllo dagli esponenti dell’establishment americano, anche se appartengono al partito democratico, sicuramente meno affine ideologicamente alla mia visione dell’America e del mondo.
Spero che il suo vice, Joe Biden, sappia mettere a frutto la sua esperienza di senatore di uno stato che è un paradiso fiscale per impedire che il governo estenda le sue mani sulla vita civile degli Stati Uniti perché la conseguenza sarebbe un analogo comportamento anche da noi.
E non vi è alcun bisogno di un nuovo interventismo statale, perché è il libero mercato che deve risolvere le sue crisi, con i suoi fallimenti, grandi e piccoli, e le nuove ricchezze che possono crearsi solo quando c’è la piena libertà politica ed economica.
Per questo avremmo ancora avuto bisogno di George W. Bush.
Siamo giunti all’epilogo di una presidenza che tanto ha fatto discutere e che, pure, ha rappresentato il tentativo, speriamo non sia l’ultimo, per far decollare un mondo migliore, fondato sul rispetto, la reciprocità, la sicurezza, la libertà.
George W Bush, eletto nel novembre 2000 al termine di una lunga diatriba sul conteggio dei voti in Florida con Al Gore, era temuto dalle cancellerie europee, perché era visto come un isolazionista, che avrebbe ritirato molte truppe dall’europa, lasciandola sola con i suoi problemi.
L’attentato dell’11 settembre ha invece ribaltato tutto.
L’incapacità di Clinton di estirpare il terrorismo musulmano aveva reso vulnerabile l’America.
Bush l’ha resa più sicura e con essa tutto il mondo, perché ha costretto i terroristi islamici alla fuga, a nascondersi, a preoccuparsi più della propria sicurezza e vita che di offendere quella dei cittadini occidentali.
Non è stato compreso e neppure aiutato se non dalla solita, fidata, Inghilterra forse perché è l’unica che abbia una memoria coloniale e sappia che la sicurezza interna dipende anche da quanto lontano dai propri confini si lascia il nemico.
Bush, pure rieletto senza patemi nel 2004, ha pagato non la sua politica di sicurezza (anche nel 2004 Kerry cercò di vincere su quel piano, fallendo) ma una crisi economica di portata imprevista, più grave di quella del 1929.
Una crisi di cui, forse, non è neppure responsabile ma, essendosi trovato in quel posto, in quel momento, la responsabilità ricade comunque su di lui.
C’è anche da dire che manca la riprova che, se fosse stato candidato, avrebbe perso, mentre è certo che McCain non può rappresentare la vitalità che dovrebbe esprimere il Partito Repubblicano anche perché non ne rappresenta l’anima profonda.
Oggi, inoltre, con il passaggio delle consegne verrà inferto un vulnus non rimarginabile (perché comunque rimarrà negli annali) alla secolare tradizione che vede un esponente della Civiltà europea alla Casa Bianca.
Vi entrerà infatti un tizio che non discende neppure da un padre figlio di generazioni di americani, bensì da un padre africano e da una madre che ha sempre respinto la sua stessa patria.
Non ho alcuna fiducia in costui, anche se spero che in quattro anni non riesca a distruggere quello che ha costruito Bush in otto.
Mi auguro che sia tenuto sotto stretto controllo dagli esponenti dell’establishment americano, anche se appartengono al partito democratico, sicuramente meno affine ideologicamente alla mia visione dell’America e del mondo.
Spero che il suo vice, Joe Biden, sappia mettere a frutto la sua esperienza di senatore di uno stato che è un paradiso fiscale per impedire che il governo estenda le sue mani sulla vita civile degli Stati Uniti perché la conseguenza sarebbe un analogo comportamento anche da noi.
E non vi è alcun bisogno di un nuovo interventismo statale, perché è il libero mercato che deve risolvere le sue crisi, con i suoi fallimenti, grandi e piccoli, e le nuove ricchezze che possono crearsi solo quando c’è la piena libertà politica ed economica.
Per questo avremmo ancora avuto bisogno di George W. Bush.
